Il 9 maggio ho portato Riders on the Storm sul palco dell’Italian Outdoor Festival a Milano.
Ogni volta che racconto questa salita provo una sensazione strana. Perché ci sono esperienze che nascono in un ambiente talmente estremo e isolato da sembrare quasi impossibili da tradurre in parole.
La Patagonia è fatta soprattutto di silenzio, attesa e tensione.
Giornate intere passate a guardare il meteo, raffiche che scuotono il portaledge nel cuore della notte, movimenti ripetuti per ore nel vuoto, la necessità di rimanere lucido anche quando sei stanco, infreddolito e completamente solo.
Poi all’improvviso ti ritrovi su un palco, con delle luci addosso, a cercare di spiegare tutto questo a centinaia di persone.
Ed è lì che capisci una cosa: una salita non è mai solo la linea che percorri sulla parete.
Riders on the Storm è stata una delle esperienze più intense che abbia mai vissuto, non soltanto per la difficoltà della via o per il fatto di affrontarla in rope solo, ma per il livello di esposizione mentale richiesto ogni singolo giorno. In una salita del genere non puoi mai uscire davvero dalla situazione. Anche nei momenti di riposo rimani dentro la parete, dentro il vento, dentro le decisioni che dovrai prendere il giorno dopo.
Ci sono stati momenti in cui tutto sembrava sotto controllo e altri in cui bastava pochissimo per passare dalla scalata alla sopravvivenza. La Patagonia ha questa capacità: ti ricorda continuamente quanto sia sottile il confine tra le due cose.

Durante lo speech a Milano mi ha colpito vedere quanto il pubblico percepisse soprattutto questo lato dell’esperienza. Non tanto la performance in sé, ma la fragilità, l’incertezza, il fatto di continuare ad andare avanti anche quando il margine si riduce sempre di più.
Forse perché oggi siamo abituati a vedere soltanto il risultato finale delle cose. La vetta, l’immagine riuscita, il momento perfetto. Ma la realtà di una spedizione è molto diversa: è fatta di dubbi, adattamento continuo, piccoli problemi da risolvere e momenti in cui devi semplicemente riuscire a restare presente.
Raccontare Riders on the Storm fuori dalla montagna mi fa capire ogni volta quanto certe esperienze parlino anche a persone che non saliranno mai una parete in Patagonia. Perché alla fine non riguardano soltanto l’alpinismo.
Riguardano il modo in cui reagiamo quando perdiamo il controllo, quando siamo soli, quando dobbiamo continuare a prendere decisioni sotto pressione.
Ed è forse per questo che alcune storie continuano a vivere anche molto tempo dopo la fine della salita.
Credit foto: weAltura




